Giovani, social e disoccupati — Luca Pieti
Il libro

Giovani, social e disoccupati

Alla scoperta di una generazione che rifiuta le tradizionali dinamiche lavorative.

Edito da FrancoAngeli

La presentazione

Il libro raccontato dal vivo

Adolescenti e ambiente interno
Adolescenti e ambiente interno
I giovani non vogliono più lavorare?
I giovani non vogliono più lavorare?
Dentro il libro

L'indice

Introduzione7
1Una generazione che diserta
1. Responsabilità, bamboccioni e intelligenza9
2. Adolescenza prolungata, tempo libero e pandemia12
3. Il significato del lavoro è cambiato17
4. Disertare in silenzio24
Intervista a Francesco Felletti Spadazzi29
2Due generazioni a confronto
1. Valori e tradizioni31
2. Differenze culturali32
3. Contesto tecnologico e data di nascita: nuove etichette34
4. Confronti generazionali nella storia35
Intervista a Giampiero Marcattili37
3Il mondo è servito: status, sicurezza e adattamento
1. L'homo sapiens e i suoi bisogni: la piramide di Maslow39
2. Il prima e il dopo, un confronto che manca43
3. Sesso e social: sperimentare a distanza47
4. Punti di riferimento50
Intervista a Ermenegildo Dino Tabacchi54
4La rappresentazione autentica del mondo
1. Dalla scatola magica all'era dei protagonisti visivi57
2. YouTube e distorsioni: le prime avvisaglie64
3. TikTok: leader indiscusso dei social network66
4. Ricchezza esibita, confronti e realtà in 4K70
Intervista a Jonathan78
Intervista a Leonardo80
5Nuovi lavori e adulti disorientati
1. Estremizzo, quindi guadagno: prove tecniche per le future professioni81
2. Adulti disattenti, genitori disorientati87
3. Serie TV: la grande abbuffata92
4. Social network off-limits: divieto per i maggiori di età94
Intervista a Stefano Fassina96
6Strumenti utili per la lettura del libro
1. L'ambiente in cui si agisce98
2. Collocazione spaziale e temporale100
3. L'animale uomo102
4. L'uomo, individuo fra individui104
5. Comunicare non vuol dire intrattenere105
Intervista a Simone Tosoni107
Conclusioni109
Riferimenti bibliografici119
La recensione

Un cambiamento da leggere senza pregiudizi.

Le nuove generazioni stanno iniziando a distaccarsi dalle tradizionali dinamiche occupazionali, ritenendo che non necessariamente nell'impiego sicuro si debba cercare la soddisfazione esistenziale.

È quanto nota Luca Pieti — psicologo, formatore, esperto in Risorse Umane ma anche appassionato di etologia, di ergonomia cognitiva e di artefatti informatici — nel suo Giovani, social e disoccupati. Alla scoperta di una generazione che rifiuta le tradizionali dinamiche lavorative, ora in libreria. Tacciati di essere svogliati, bamboccioni, viziati, giovani nati con il cellulare in mano — e profondamente influenzati dai contenuti veicolati dai social — proprio attraverso quello strumento divulgano online il gesto delle volontarie dimissioni dal posto di lavoro, sottolineandone la valenza in termini di difesa del benessere e della felicità personale.

Un fenomeno davanti al quale è bene abbandonare ogni pregiudizio, a favore di un'analisi costruttiva e di una visione lucida di un cambiamento sociale la cui portata non è da sottovalutare o relegare in un transitorio percorso un po' "naïf". È quanto fa Pieti, grazie a un eclettismo che gli permette di guardare il fenomeno da più punti di vista, privilegiando la visione dell'uomo-animale e del suo rapporto con l'ambiente, in particolare in termini di adattamento.

Molte cose sono cambiate negli ultimi decenni: il significato di lavoro, il rapporto con il tempo libero, il giudizio sul "disertare" un obbligo. Ed è proprio qui che l'autore tiene a precisare che il fenomeno di cui parla riguarda sì una grande fetta di giovani, ma che ne esiste un'altrettanta che si pone verso il lavoro in modo "serio e tradizionale". Il pensiero di chi invece diserta, Pieti lo sintetizza così:

Perché dovrei lavorare 8 ore al giorno per 5 o 6 giorni a settimana, per una cifra che equivale al costo di un iPhone nuovo, quando vivo con i miei genitori e con una piccola mancia riesco comunque a trascorrere una piacevole serata con gli amici?

Sembrano domande facilmente liquidabili, ma qui sta la forza del lavoro di Luca Pieti: saper prendere molto sul serio questi dubbi e ragionarci in termini di analisi sociologica lucida, lontana da pensieri stereotipati, verso una visione di un rapporto con il lavoro molto diverso da quello conosciuto sino a ora — e dunque di un futuro possibile.

Tra le differenze rispetto al passato ve n'è una piuttosto singolare, che riguarda l'espressione e il carattere della rivolta. L'autore la definisce «contestazione silenziosa»:

Nessuno da incolpare, nessuno su cui puntare il dito, nessuna manifestazione urlata. Quello che fanno è prendere atto. Tutto qui, lasciando agli altri, là fuori, la possibilità di comprendere oppure no: a loro non interessa. Dei veri Autonomi, altro che centri sociali!

Il quadro che il libro dipinge chiama lo sguardo su una grande quantità di tratti che segnano il mondo di oggi e il rapporto tra generazioni: il contesto tecnologico, la piramide dei bisogni dell'uomo, il rapporto con la ricchezza e con il tempo, la fruizione dei social e la non fruizione di quotidiani e tv, e ovviamente il confronto tra generazioni.

La generazione precedente — sino alla fine del volume oggetto di una rispettosa analisi — viene invitata a partecipare allo scambio di culture: «In modo molto umile, e con la voglia di mettersi in discussione, bisognerebbe esplorare in modo corretto quello che è l'ambiente in cui i giovani interagiscono. Allo stesso tempo, però, anche le nuove generazioni dovrebbero avere accesso alla comprensione di quali siano (veramente) i valori e i costrutti della generazione precedente. È chiaro come sia decisivo un punto d'incontro, una negoziazione tra il vecchio e il nuovo. La prima cosa non può che essere fare della formazione specifica agli adulti e ai giovani, attraverso l'utilizzo di canali appropriati, cercando di mettere in evidenza che quello che vivono entrambi è autentico dal punto di vista emozionale. Ma la priorità deve essere spiegare bene ad entrambi che cosa sono e come funzionano i meccanismi alla base dei due contesti culturali in gioco».

Il libro è un passo in questa direzione.

— Alessandra Giordano