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Psicologia, tecnologia e attualità — per capire l'ambiente in cui viviamo, un tema alla volta.

Putin che balla con Biden, Salvini che parla un perfetto e fluente francese, il grafico sbalordito di fronte alla potenza dell'intelligenza artificiale nel modificare un'immagine in soli due minuti, aziende che affermano di aver sostituito il personale con l'intelligenza artificiale, video complessi generati con intelligenza artificiale in meno di tre minuti, reali ai nostri occhi, rendendo impossibile distinguere se siano veri o no.

Facile, un gioco alla portata di tutti e, per ora, completamente gratuito. Fantastico, una vera manna dal cielo. Cosa potremmo desiderare di più? Oggi l'analisi proposta si concentra su piani diversi: il primo consiste in chi conosce queste innovazioni perché ne è venuto a conoscenza dai giornali, in televisione o su internet, generando stupore e curiosità (che poi rimane confinata al commento da bar o a quello della cena); il secondo piano riguarda coloro che conoscono bene questi strumenti e li utilizzano per aumentare la loro produttività o, in altri casi - molti più di quelli che immaginiamo - per fini non proprio utili alla collettività come i deepfake, la propaganda politica o attività criminali. Poi c'è un terzo piano, e riguarda una questione che non può più essere sottovalutata: la realtà come l'abbiamo conosciuta fino ad oggi. Ci troviamo ai confini di un cambiamento epocale che sconvolgerà completamente la nostra percezione del mondo in cui ci muoviamo.

Anche se non ce ne siamo accorti, questo in parte sta già avvenendo. Ricordo che, se più di due sensi su cinque del nostro sistema nervoso vengono ingannati, il nostro cervello lo vivrà come reale: quindi sto parlando di emozioni e comportamenti. Questa non è, e non vuole essere, una critica all'intelligenza artificiale e al suo impiego per migliorare la qualità della nostra vita in generale, ma una riflessione su ciò che sta accadendo e su come prepararci ad affrontarlo. L'invito, quindi, è di non lasciare che le cose accadano senza il nostro controllo, con la pigrizia che spesso prevale, semplicemente perché accadranno comunque (e questa volta molto velocemente). Proprio grazie a questi strumenti abbiamo un'eccezionale opportunità: quella di informarci, capire, comprendere e, aggiungerei, gestire. Certo, le istituzioni, i governi, i tribunali internazionali dovrebbero fare il loro dovere per tutelarci e proteggerci, e a noi, come sappiamo bene, fa comodo delegare. Ma il punto su cui vorrei far riflettere questa volta è che, se noi non saremo informati e preparati, le decisioni prese potrebbero non coincidere con le nostre esigenze; e lo scenario molto probabile e vicino è che l'impiego di tecnologie così potenti ci costringerà a mettere in dubbio la natura della realtà.

Non si trovano più giovani disposti a investire nel lavoro tradizionale. Inutile girarci intorno, è un dato di fatto. La cosa tecnicamente affascinante è che quando ho finito di scrivere il libro «Giovani, social e disoccupati», circa un anno fa, il fenomeno analizzato riguardava un'età compresa tra i 18 e i 30 anni. Bene, dopo solo un anno, il fenomeno del disimpegno al lavoro - che nel libro ho definito «una generazione che diserta» - ha cominciato a coinvolgere anche persone di 40 e 50 anni. Ebbene sì, anche loro. E non è dovuto solo alla pandemia: il Covid è certamente complice, ma ha solo accelerato un processo naturale già in atto.

Big quit, grande abbandono, o quiet quitting, lavorare il giusto e non di più. Sono solo alcuni termini che fanno parte del vocabolario della generazione Yolo, you only live once, cioè si vive una volta sola. Il lavoro non definisce quanto vali. Si lavora per vivere, non si vive per lavorare. Questo il loro manifesto. Qualcuno potrebbe giustamente obiettare che le richieste siano sempre state queste. Senza dubbio, verissimo, ma c'è una differenza sostanziale: ci sono i social network e la loro capacità di amplificare in tempo reale e ovunque questi contenuti. Sono un gigantesco e potente megafono. È chiaro che la situazione è molto seria, e non solo per commercianti e imprenditori ma anche per la tenuta economica e sociale, che a sua volta incide su tutti coloro che non sono direttamente coinvolti dal fenomeno.

Puntare il dito con inadeguati appellativi rivolti alla controparte non serve a nulla e ritarda la soluzione. Tra l'altro, mi pare di capire che la controparte stessa abbia il coltello dalla parte del manico. Cosa possiamo fare? Imparare ad ascoltare, concretamente e volontariamente, quali siano le reali esigenze, le richieste. Questo eviterebbe di cadere in facili errori, come per esempio pensare che il problema sia il salario, perché non è così. È importante conoscere l'ambiente in cui agiscono le nuove generazioni, mettersi in discussione, contrastando le proprie naturali resistenze al cambiamento, soprattutto quando non si è più troppo giovani. E poi informarsi, confrontarsi e, infine, formarsi. Oggi, con la velocità con cui avvengono i cambiamenti, se non ti aggiorni sei semplicemente fuori. Quando c'è un cambiamento in atto, bisogna saperlo leggere e interpretare per gestirlo al meglio.

In conclusione, come sempre, lancio un piccolo spunto di riflessione. Ricordo che, in base alla rappresentazione che abbiamo dell'ambiente o dell'interlocutore, scaturiscono delle emozioni che poi si traducono in comportamenti e azioni. Va da sé che, se la nostra rappresentazione non è corretta, anche le emozioni e i nostri comportamenti non lo saranno: e questo vale per entrambe le generazioni.

Cari genitori, probabilmente vi è capitato di guardare la serie tv «Adolescence» o, se non lo avete ancora fatto, ne avrete sicuramente sentito parlare, considerato l'impatto mediatico che ha avuto.

Certamente, sia nel primo che nel secondo caso, la sensazione avvertita è di sentirsi preoccupati e disorientati. Perché oggi, più di ieri, parlando di adolescenti avvertiamo un senso di allerta?

Forse questa serie tv ci ha costretti a riflettere su un tema che, volenti o nolenti, ci tocca da vicino, quotidianamente. Qual è veramente l'ambiente che frequentano i nostri figli? Che impatto ha sulle loro scelte e comportamenti, e in alcuni casi, purtroppo, sulle loro vite?

«Adolescence» è una mini-serie britannica, ma potrebbe tranquillamente essere ambientata in Italia, e ruota attorno a un evento drammatico: l'omicidio di una ragazzina. Il colpevole? Un apparente «bravo ragazzo», che va bene a scuola, bei voti, appartenente a una famiglia normale; ma se osservato con attenzione, sotto questa superficie, porta con sé il cyberbullismo, la mascolinità tossica, la sottocultura «incel» e altre svariate pressioni sociali. Sostanzialmente una grossa fetta dei contenuti di cui i nostri preadolescenti e adolescenti si «nutrono» ogni giorno, a tutte le ore, ininterrottamente.

Modelli di riferimento, culture e sub-culture che si sovrappongono le une con le altre, eroi buoni ed eroi cattivi, tutto in questo immenso calderone: i social network. Non che i social siano intrinsecamente cattivi, ovviamente, ma spesso noi adulti - vuoi per mancanza di tempo, vuoi perché non lo riteniamo così necessario - non offriamo valide e allettanti alternative in quanto a modelli di riferimento, delegando spesso, erroneamente, questo compito alla scuola o alle istituzioni. E loro, i nostri ragazzi, per una naturale necessità, vanno a cercarseli da soli, costruendosi man mano le loro nuove e spesso fragili identità.

L'essere umano (l'animale uomo) funziona così: prima si identifica nei modelli che trova in famiglia, poi nella scuola, nel lavoro e infine nella società. Un percorso obbligato che, ribadisco, ha origine nella famiglia.

Purtroppo a questo determinante quanto delicato processo non attribuiamo il giusto valore, o per mancanza di tempo o perché non lo riteniamo importante. Infatti Fedez, Corona e la Ferragni hanno milioni di follower, mentre nello stesso social Parmitano e la Cristoforetti ne hanno molti meno della metà! Questo è un chiaro indicatore che qualcosa non funziona come dovrebbe.

I modelli di riferimento servono per capire chi siamo e chi vogliamo diventare, e sono, come già detto, una naturale necessità. Oggi però non ci sono solo il bravo insegnante, l'amico saggio del paese, il nonno, la nonna e noi genitori a essere d'esempio. Nei social network ci sono moltissimi altri modelli, utilissimi certamente ma altrettanti dannosissimi, che i nostri figli intercettano ma che purtroppo non sempre riescono a selezionare con criterio; in fondo non hanno ancora l'esperienza e la capacità critica per distinguere la qualità di ciò che trovano.

A questo punto la situazione si complica: i suddetti ambienti offrono un'infinità di modelli, modi per essere riconosciuti, accettati e gratificati attraverso funzionamenti che «intrappolano», come ad esempio quel noto meccanismo di ricompensa che scatta ogni volta che un «like» o un commento arriva sul nostro (loro) schermo, e la successiva secrezione di dopamina. Potente, immediato, e per un adolescente in cerca di identità, irresistibile.

Proviamo ora a osservare questo fenomeno da due punti di vista differenti.

Da una parte noi, gli adulti, spinti dal bisogno di consolidare ciò che abbiamo costruito nel tempo, che ci conferisce la nostra più o meno solida identità, predisposti naturalmente a un non cambiamento. Motivo per cui è così difficile modificare i nostri comportamenti, ma soprattutto acquisirne di nuovi, proprio perché minacciano la nostra oramai stabile identità.

Dall'altra parte ci sono loro, i ragazzi, gli adolescenti, con la loro predisposizione al rischio, a fare nuove esperienze, e un'energia che sembra inesauribile ma con poca capacità critica ed esperienza.

Infine, nel mezzo, ci sono loro: i social network, questo enorme spartiacque, e i loro contenuti, che pensiamo bene o male di conoscere e gestire - sia noi adulti che i nostri ragazzi - ma che entrambi sottovalutiamo enormemente.

Cosa possiamo fare, quindi, come genitori (adulti)? Un suggerimento semplice ma non banale, che richiede consapevolezza e impiego di tempo: impariamo a utilizzare gli stessi strumenti che i nostri figli usano ogni giorno. Consapevoli che è necessario, affrontando le nostre naturali resistenze (comportamenti nuovi). Entriamo nel loro mondo, non per controllarli, ma per capire cosa li attrae, cosa li influenza e quali modelli vengono loro «offerti». Solo così potremo cercare di comprendere e interpretare i loro interessi e le loro eventuali scelte, oltre a entrare in possesso di codici comunicativi comuni. Ma attenzione: non si tratta di negare o vietare - approccio che spesso ottiene l'effetto opposto - bensì di avere a disposizione più strumenti idonei per accompagnarli e orientarli. Per farlo, però, dobbiamo conoscere quell'ambiente, sporcarci le mani, scrutare Instagram, TikTok e YouTube, con l'intenzione chiara di capire, decifrare e comprendere.

«Adolescence» ci ha messo davanti uno specchio: i nostri ragazzi non sono solo i «bravi ragazzi» che vediamo a cena. Sono anche altro, e quell'«altro», rispetto alla nostra preadolescenza e adolescenza, è molto più complesso e insidioso, e abita in un mondo che non possiamo più permetterci di ignorare o sottovalutare - se vogliamo essere davvero lì, al loro fianco.

Articolo scritto senza scomodare nessuna IA.

Ci troviamo purtroppo davanti all'ennesimo fatto di cronaca, e non è mia intenzione entrare nel merito di quello che è accaduto alla ristoratrice Giovanna Pedretti, recentemente scomparsa.

Lungi da me il puntare il dito su qualcuno: quello che posso fare è aiutare a riflettere su due aspetti che sono centrali in questa vicenda.

Propongo quindi al lettore di considerare due elementi: il primo è la superficialità, il secondo è la corretta rappresentazione dell'ambiente in cui si agisce.

Sempre più spesso, in questo periodo, le persone tendono a concentrarsi sugli aspetti più superficiali delle situazioni, trascurando di approfondire. C'è una diffusa tendenza a giudicare in base all'apparenza, piuttosto che davanti a fatti concreti e appurati, ma, soprattutto, con scarsa considerazione delle implicazioni più profonde delle proprie azioni e comportamenti.

La rappresentazione corretta dell'ambiente, invece, è intesa in questo caso come consapevolezza dello strumento che si sta utilizzando e delle conseguenze di questo utilizzo superficiale e non corretto.

A questi due elementi aggiungiamone un terzo: la differenza tra due comportamenti, uno che conosciamo tutti, soprattutto le persone più adulte, e un altro di più recente comparsa.

Invito a riflettere, dunque, sulla differenza tra bullismo e cyberbullismo, che è sostanziale.

Nel caso del bullismo la persona offesa, per quanto possa provare vergogna, ha una via di uscita; anzi, se ci pensiamo bene, ne ha più di una: cambiare classe, cambiare scuola, cambiare ambiente lavorativo e poi, nei casi più estremi, cambiare città. Nel caso del cyberbullismo, invece, l'offeso è esposto a una gogna mediatica che non ha tempo né spazio: anche se si chiude in casa, l'offesa rimarrà online, sia chiaro, per sempre. È un punto, quest'ultimo, che voglio sottolineare, perché molti non lo hanno ancora compreso.

Non esiste l'oblio informatico: la persona che ha subìto questo tipo di offesa è consapevole che là fuori stanno parlando di lei e che continueranno a farlo, senza poterci fare assolutamente nulla. Anche se dovesse rinchiudersi nel sottoscala di casa, là fuori la gogna mediatica continua e continuerà.

Questo, a livello psicologico, crea una profonda sofferenza, un senso di assoluta impotenza, con conseguenze - lo abbiamo visto - davvero drammatiche. Questi strumenti, se usati con poca consapevolezza (non sono giochi, nonostante nell'aspetto siano caratterizzati da interfacce grafiche colorate, facili da usare, alla portata di tutti), possono diventare armi tanto quanto lo sono una pistola e i suoi proiettili.

Dobbiamo prenderne atto: l'informazione è compromessa. Quella che comunemente viene definita fake news - cioè la manipolazione intenzionale dell'informazione col fine di modificare il modo in cui concepiamo eventi, persone e fatti - è all'ordine del giorno e, in modo trasversale, permea tutti i media. Clickbait, fake news, deepfake… che il target sia il lettore o il consumatore, giovane, adulto o anziano, una cosa è certa: dobbiamo abituarci al fatto che non possiamo più essere sicuri di quello che leggiamo o vediamo.

Contrariamente alla comune opinione secondo cui dalla tecnologia ci si possa difendere con la tecnologia, in realtà l'arma più efficace a disposizione siamo noi e la nostra impostazione mentale: dobbiamo far nostra l'idea che oggi, per poter accedere e usufruire dell'informazione (qualunque essa sia, e così comprendere il mondo che ci circonda), il professionista, l'imprenditore, lo studente o il pensionato inevitabilmente deve impiegare una porzione del proprio tempo dedicandola in modo specifico alla ricerca attiva dell'informazione. La semplice lettura di un articolo, il commento di un post o la visione di un video richiede, da ora in avanti, un approfondimento personale volontario - come ho detto più volte - attivo. Cosa intendo dire, in pratica? Che sia testo, video o solo audio, non fermarsi al titolo in modo superficiale: verificare la fonte, l'autore, la data, e confrontare la notizia su altri media prima di compiere una qualsiasi azione, anche e soprattutto dal punto di vista emotivo. Questo facendo ricerche e incrociando i dati sui motori di ricerca.

Sì, esatto, tutto qua. Semplice, richiede tempo ma è una cosa a cui non siamo abituati: un giusto prezzo da pagare per avere a disposizione tanta e potente tecnologia. Posso garantire una cosa, però: a fronte del tempo speso in questo senso, il nostro cervello, la nostra mente ne guadagnerà in agilità e, soprattutto, potrà ripristinare una qualità che nell'ultimo periodo è andata sempre più scemando: la capacità critica.

Ah, dimenticavo: andate a controllare la fonte di questo articolo.

Chiaro che fosse necessaria una regolamentazione. Dopo tanto successo, sembra che per la figura della nota imprenditrice - perché di questo si tratta - sia arrivato il declino, probabilmente momentaneo. Molti, comunque, sembrano concordi nel giudicarla poco onesta e nell'incolparla di aver tradito la fiducia di milioni di follower. Possiamo essere d'accordo oppure no, ma in questi approfondimenti il mio obiettivo è far riflettere, offrire prospettive alternative. La signora Ferragni, come dicevo inizialmente, è un'imprenditrice che ha deciso consapevolmente di mettere in pubblico la sua vita privata, la sua intimità, compresa quella dei figli, con un unico obiettivo: guadagnare denaro - tra l'altro, in modo assolutamente chiaro e limpido. Oggi è un lavoro più che lecito e, perché no, dignitoso.

Quello che dovremmo chiederci, a mio parere - soprattutto i genitori e, a seguire, le istituzioni - non è tanto cosa abbia fatto l'imprenditrice di lecito o illecito, ma come mai molti, troppi preadolescenti e adolescenti scelgano Chiara Ferragni come modello, e non - per esempio - Samantha Cristoforetti; Fedez, e non Luca Parmitano. Questo è il problema serio su cui dovremmo concentrare la nostra attenzione, le nostre energie, sia come genitori sia come cittadini.

Samantha e Luca (i due astronauti italiani Cristoforetti e Parmitano, ndr), con il loro lavoro contribuiscono a migliorare la qualità della vita di tutti noi e della società in cui viviamo e vivremo, attraverso la ricerca scientifica e rischiando spesso la vita. Ma i numeri dei follower sono nettamente inferiori - molto inferiori - a quelli dei sopracitati imprenditori; e, cosa ancor più seria, gli utenti non sanno nemmeno della loro esistenza, nonostante i profili di tutti e quattro siano presenti e a portata di pollice sugli stessi social network. Forse sarebbe ora di regolamentare la pubblicità occulta degli influencer, ma credo sia ancor più necessario regolamentare a livello familiare quello che i nostri figli - sempre più spesso abbandonati nella bolla dell'algoritmo di turno - scelgono come modelli per il loro futuro di uomini, donne, professionisti e, soprattutto, cittadini.

L'organo più importante dell'animale uomo, l'homo sapiens, è il cervello. Questo roseo e buffamente informe strumento, per funzionare in modo efficiente, necessita sì di glucosio, certamente di ossigeno, ma soprattutto deve alimentarsi di obiettivi da raggiungere ed essere sottoposto a molteplici stimoli. Oggi, grazie alla rete, tutti possiamo ascoltare dibattiti sui vaccini, su come guarire i reumatismi o comprendere le tattiche militari dello scontro Russia-Ucraina, paragonandole alle gloriose battaglie di Carlo Magno o Napoleone. Insomma, tantissime opportunità che qualche anno fa potevamo solo immaginare.

C'è sempre un però. Un po' di male è contenuto nel bene e viceversa, come insegnano le dottrine orientali - in modo molto efficace - con lo yin e lo yang. Qual è, dunque, la nostra porzione di male in tutto questo bene? Riassumendolo in due parole: gestire le informazioni e prendere decisioni. Il nostro approccio all'informazione, alla troppa informazione, ha subìto un processo che tutti, più o meno consapevolmente, abbiamo adottato: delegare alle notifiche quale informazione far entrare oppure no. Attenzione: sono le notifiche a decidere, non noi. Comodo, e sicuramente utile. Questo atteggiamento, però, addormenta il nostro cervello - se così possiamo dire, in modo poco scientifico ma sicuramente chiaro - rendendo tutti noi come degli imbuti che assimilano informazioni senza domandarsi se siano di qualità oppure no.

Questo ha chiaramente ripercussioni sull'attendibilità delle fonti e sulla nostra capacità critica. È certamente un problema che riguarda tutti, ma quello su cui vorrei far riflettere questa volta è come questo comportamento appreso e passivo influenzi un cervello giovane che si sta sviluppando: un cervello con poca esperienza, che sta definendo la propria identità e le proprie opinioni, e che si appresta a fare delle scelte ma, soprattutto, a prendere decisioni.